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NOI E LA VIOLA di Sergio Berardo (da Torino Sette, 8 giugno 2007) L’avete già guardata una ghironda da vicino? I bambini dicono «sembra una nave» e, nei loro sguardi che scrutano legni, incastri, corde e ponti, indugiando sulla polena lasciva, ti sembra di cogliere fantasie corsare di mari e avventure, di onde e battaglie. Come se in quei minuscoli spazi dello strumento dovessero materializzarsi gli eroi di sempre: i ribelli, i coraggiosi, i viaggiatori. Perché la ghironda è il viaggio. È l'incarnazione dell’idea stessa di viaggio. Prima di Woody Guthrie e i suoi vagabondi, prima della «Beat Generation» c'erano i piccoli savoiardi e occitani con le loro marmotte, c'erano i mulattieri di George Sand, i colportori, quelli della lanterna magica, c'era Briga, mitico suonatore della Val Maira. Tutta gente che rappresentava un ideale di vita «sulla strada» scelto per necessità e, a me piace pensare, anche per affrontare il rischio del sogno, per cercare cieli più grandi. Nelle loro mani la «Viola», la ghironda. Strumento che nel corso della propria storia millenaria ha attraversato il tempo imbracciata da monaci e nobili, da mendicanti e avventurieri. E fino a poco tempo fa della Viola continuavano a parlare per esperienza diretta i vecchi della Val Maira e della Val Stura. Io ho avuto la fortuna di ascoltare questi racconti: suonatori che apparivano alle prime case della borgata trascinandosi dietro un'aura di avventura e marginalità, di destrezza e maledizione. Ho avuto uno strumento quasi rubandolo e mi sono sentito parte di questa storia. Così è nato Lou Dalfin. Erano i tempi di un folk revival tristotto e paludato, perennemente alla ricerca di un'arcadia filologica, di un buon selvaggio dal sorriso fasullo che non è mai esistito, se non nei sogni folcloristici dei cittadini. Niente di più lontano dall'epica dei filibustieri ambulanti che ancora rimanevano impressi nella memoria valligiana. Lou Dalfin doveva riprendere quella strada interrotta. La strada indicata dalla percezione (allora più o meno consapevole) che gli elementi alla base di ogni tradizione che meriti di vivere sono l'energia spontanea, il divertimento, il sogno, la verità del suono, l'immediatezza della comunicazione e tutto quanto permetta a quella tradizione di essere veramente popolare, mettendosi in gioco nell'attualità del mondo, nuotando come un delfino che cavalca le onde della realtà e le trasforma in trampolini per il suo divertimento. Lou Dalfin. Il Delfinato e il gioco. La memoria imprescindibile e la scommessa del presente. Da allora, come i vecchi colportori, abbiamo contrabbandato musica attraversando lo spartiacque alpino, attraversando spartiacque generazionali, culturali, sociali, linguistici. Abbiamo fatto amare il suono occitano, il sogno occitano nelle Valli e altrove. Abbiamo conosciuto un esercito di compagni di viaggio, abbiamo combattuto e fatto festa, le abbiamo prese e le abbiamo date. Sulla strada dei nostri antenati suonatori. 25 anni da Briga. 25 anni da Lou Dalfin.
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